Un bicchiere che non voleva essere riempito

articolo del 15-07-2009

Luce folgorante ed un risveglio: è la vite che si apre al mondo. Lento è il suo lavoro. Un silenzioso crescere e mutarsi  perpetuato tra giorni assolati e notti fredde; Scambio di segreti, sapori e tradizioni tra la terra ed i suoi grappoli che in un sorso regaleranno la magia di un istante, che nulla dimentica e che diviene fotografia di un eterno in grado di ricongiungere al passato un futuro non ancora agito. In quell’anno il vino che derivò dal lento lavorio della natura fu il migliore di tutti gli anni che lo precedettero. Un bel rosso rubino che nella sua giovane trasparenza guizzava di vivaci riflessi aranciati ed un profumo intenso, penetrante e così sfaccettato da essere tutto e niente ma con dentro un eco talmente profonda da raccontare tradizione e storia. Una grande botte negli anni cullò il liquido nel suo crescere e migliorarsi e quando fu pronto tutti erano lì decisi a perdere la propria anima. Il ciclo della vite è un film che si replica ogni anno con la bellezza di un finale che cambia ogni volta: ogni stagione donerà un piccolo grandioso miracolo sempre nuovo, sempre stupefacente e tutto da scoprire. Il contadino scelse allora con cura il bicchiere che avrebbe dovuto contenere il suo oro rosso e quando prese il grande tulipano questi si risentì: era così abituato a stare da solo che non voleva in alcun modo essere“sporcato”. “Maaai, mai riuscirai ad insudiciarmi!”esplose così il bicchiere. “Per anni sono stato splendente nella mia solitudine e non ti permetterò di toccarmi”. “Tutti  vorranno abbracciarti, tutti ti vorranno baciare… ma senza di me sei inutile: accogliendomi avrai finalmente un’anima ed una storia da raccontare” questa, l’altezzosa e graffiante risposta del vino. Nell’ossuta nodosa mano del contadino il bicchiere sembrava aver acquistato vita: vibrava, si contorceva, cambiava forma ogni volta che il vino cercava di lambirlo.   La cantina all’improvviso si era animata di voci e fermentati suoni stridenti. Il vino rivendicava il “suo” bicchiere come un déjà vu che si ripete sulle orme di ataviche diatribe ma che, alla fine, trova un senso in quel che significa essere “unione”. In un pirandelliano sentirsi “uno, nessuno e centomila”, in un ineffabile percepirsi inadeguatamente sbagliato e non degno, il bicchiere aveva finalmente trovato il suo “liquido” sentimento. Era il profumo del vetro, quel profumo creatosi in anni, in mesi ma in realtà creatosi in quell’istante al contatto con il vino a renderlo così speciale ed unico e lì il miracolo era avvenuto:il vino ed il bicchiere avevano un’anima!

Appuntamento con la rubrica Confesercenti dedicata al vino, curata da Emanuela Grasso.

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