sezione a cura della redazione di quiSalento

San Rocco a Torrepaduli (Ruffano)

il 12-08-2009 a

sabato 15 e domenica 16 agosto

Suonano le campane del santuario: il loro è un suono di festa, di gioia perché – mentre il cielo si riempie di magnifici giochi di fuoco e le strade si illuminano di ghirlande e merletti colorati – esce in processione la statua di San Rocco, in tutta la sua maestosità. È festa a Torrepaduli; non solo i suoi abitanti lo sono, ma anche i devoti e i pellegrini che incessantemente giungono sul sagrato per rendere onore al santo che, forse più di tutti, ha voluto bene al Salento, per le numerose grazie concesse. Sorretto dai confratelli percorre le strade raccogliendo gioia e speranze. Solo a guardarlo, San Rocco mette sicurezza, anche quando la stanchezza pervade il corpo, come per la signora Antonietta che ha percorso tanti chilometri “cu begnu cu lu visciu, comu ogni annu. E quandu lu visciu me passa tutta la stanchezza te lu caminatu”. In effetti c’è una vecchia strada di paese che conduce dritta dritta a Torrepaduli, che ascolta i sospiri, le preghiere e le richieste  dei devoti in pellegrinaggio. E mentre i fuochi pirotecnici illuminano la notte di Torrepaduli, la statua di San Rocco rientra nel santuario, i cui portoni si chiudono solo per qualche ora. I gruppi bandistici tacciono, il cielo si schiarisce dai fumi dei giochi pirotecnici, i venditori stanchi e assonnati non urlano più: un silenzio improvviso cala sul sagrato interrotto solo da piccoli e sommessi colpi  di tamburello che danno inizio alla notte più lunga dell’estate salentina, quella di San Rocco, a cavallo fra sabato 15 e domenica 16, la notte della danza delle spade.

Dal silenzio sommesso si passa al ritmo dei tamburi all’interno delle ronde, i grandi cerchi delimitati dai musicisti nei quali si muove solo la coppia di danzatori che simulano un duello con i coltelli, ma sono “armati” soltanto delle proprie mani. I suoni e i ritmi si moltiplicano velocemente, scandiscono questa notte magica, in cui tradizione, fede e rito diventano tutt’uno. Si balla, ma non è la danza di corteggiamento, in questa lunga notte c’è la “scherma”, quella che trae origine dai duelli fra zingari che un tempo avvenivano proprio sul sagrato del santuario. La scherma è prerogativa degli uomini. Sono loro a sfidarsi con le braccia aperte, i piedi nudi, le dita a mò di coltello in un incessante tentativo di sfiorarsi e colpirsi, per “far fuori” l’avversario e andare ancora avanti sfidandone un altro.

Gli anni sono passati ma, ancora oggi, la scherma lascia intravedere un suo meccanismo misterioso, un linguaggio segretissimo, conosciuto solo da chi è al centro della ronda e ignorato da chi, con le mani e gli strumenti musicali, ritma il tempo della “lotta”. Ma la regola che i salentini conoscono bene è quella dell’anzianità: se un anziano decide di entrare a partecipare alla ronda, il più giovane è tenuto a mettersi da parte senza esitare e con rispetto nei confronti del vero detentore di questo antico rituale accompagnato dal suono e dal ritmo incessante dei tamburelli, battuti per ore e ore dai musicisti.

 

(articolo tratto da QUI SALENTO agosto 2009)

top    
 home | eventi | contatti | newsletter                       ©2003 Salento a Tavola - tutti i diritti riservati
Sviluppo e progettazione web - Consolidati