
È l’obiettivo degli scienziati italiani che si occupano di olivicoltura, privilegiando la qualità.
A differenza della Spagna che cerca solo di abbattere i costi.
C’è un gran fervore di ricerche scientifiche e sperimentazioni applicate sull’olivo e sulla produzione del relativo olio, considerata l’importanza economica e sociale che la pianta riveste in tutto il bacino del Mediterraneo. L’Italia con il suo ingente patrimonio olivicolo svolge un ruolo di primo piano nella ricerca interdisciplinare per migliorare la coltivazione, combattere le malattie degli olivi, migliorare la produzione degli oli vergini e comprimere i costi di produzione. Complessi anche i compiti degli esperti per arginare i fenomeni deleteri di sofisticazione di un alimento nobile, che ha il suo principale biglietto da visita proprio nei riguardi della salute umana.
È un bene ribadire che l’olivicoltura italiana è la più avanzata nel mondo. Alle sue conquiste scientifiche guardano con particolare interesse gli altri paesi, specie quelli che si cimentano solo ora nella coltivazione dell’olivo, richiamati dall’eco dei benefici che il suo prodotto arreca alla salute.
Anche la Spagna persegue programmi scientifici a favore dell’olivo e del suo olio, ma gli sforzi degli spagnoli sono principalmente rivolti ad abbattere i costi di produzione per essere più competitivi sul mercato mondiale. Basta ricordare le prospettive che si aprono con la cosiddetta “olivicoltura superintensiva”, che in quel Paese interessa già decine di migliaia di ettari; basta accennare ai concreti piani olivicoli realizzati in Spagna per il rinnovo degli impianti con sistemi moderni e completamente meccanizzati. Queste realizzazioni sono state facilitate dalla vastità del territorio e da aziende a larghe maglie che, peraltro, possono contare su vincoli paesaggistici certamente meno cogenti di quelli italiani e pugliesi in particolare.
La riduzione dei costi di produzione, pur rappresentando un’importante leva per la sopravvivenza dell’olivicoltura, non è l’unica preoccupazione degli sperimentatori nostrani. Le loro ricerche si appuntano su più vaste problematiche: dallo sviluppo agricolo sostenibile, alla tutela del territorio, alla crescente sensibilità dei consumatori per la qualità, genuinità e rintracciabilità degli alimenti.
La Puglia è impegnata in primo piano su questo terreno, essendo l’area più densamente popolata di olivi ed avendo sul proprio territorio prestigiosi Enti di ricerca, non solo a livello universitario, come le due facoltà d’agraria di Bari e Foggia, ma anche Enti con competenze internazionali, come l’Istituto di alti studi mediterranei (IAM) di Valenzano, la Fondazione Basile Caramia di Locorotondo, il Consiglio Nazionale delle ricerche ed altre istituzioni sparse sul territorio.
Proprio in questi giorni si è concluso presso lo IAM di Valenzano il programma RIOM (Ricerca ed Innovazione per l’Olivicoltura Meridionale), in collaborazione con l’Istituto Sperimentale di Rende (Cosenza), altro centro d’eccellenza in campo olivicolo, nel corso del quale esperti e ricercatori delle Regioni meridionali hanno discusso su diverse innovazioni destinate ad ottimizzare la qualità degli oli vergini meridionali. Presso la fondazione Basile Caramia le ricerche si concentrano in particolare su programmi di miglioramento sanitario, di lotta ai parassiti e di conservazione del germoplasma autoctono.
Anche la lotta biologica ai parassiti trova spazio nell’attività scientifica, come quella intrapresa dallo IAM con la moltiplicazione e diffusione negli oliveti di un parassita della mosca dell’olivo (Opius con color), un metodo non inquinante, particolarmente adatto all’olivicoltura biologica.
La posizione geografica della Puglia offre anche l’opportunità di agevoli collegamenti con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo per sviluppare proficui rapporti di ricerca nella filiera olivicola-olearia, rivolti essenzialmente a migliorare le condizioni di produzione e commercializzazione dell’olio d’oliva. C’è poi il trasferimento di competenze ed esperienze verso paesi di nuova espansione dell’olivo, quali il Continente australiano, il Sud Africa, il Cile, l’Argentina, il Messico e forse anche la Cina. Si moltiplicano le visite di tecnici di quelle zone alla nostra olivicoltura e di missione di studio dei nostri esperti, in funzione di consulenti nelle vecchie e nuove realtà olivicole.
Non possiamo chiudere questa nota senza accennare al progetto del Consiglio Nazionale delle ricerche che, già avviato, si concluderà nel 2008 per la catalogazione e conservazione di 218 cultivar d’olivo, delle quali 18 provengono dalla Puglia. Infine sono da segnalare i lavori di coordinamento per la conservazione, caratterizzazione e valorizzazione delle biodiversità autoctone in sette Paesi del Mediterraneo: Algeria, Tunisia, Marocco, Egitto, Siria, Slovenia e Croazia, nelle quali lo IAM svolge un ruolo secondario.
(articolo tratto da “Gazzetta del Mezzogiorno Speciale” del 29.11.2006)