Mangio: dunque sono
a cura di: Angelo Cappello - Dirigente Scolastico
Esperto di tradizioni popolari
La frugalità a tavola è stata da sempre una virtuosa(?)regola adottata in tutta l’area mediterranea.
È risaputo, infatti, che l’alimentazione di Greci e Romani fondamentalmente era basata sul consumo di vegetali, tra cui legumi, cereali ortaggi, frutta vino e olio.
Solo quando i Romani incrociarono i popoli Celtici e Germanici “sperimentarono” prodotti non derivanti da colture, ma ricavati dalla loro attività venatoria. Sulle mense cominciarono a comparire con maggiore frequenza carni, grassi, burro, integrando, ma anche “contaminando” la dieta originaria.
La Filosofia Gastronomica del mediterraneo, però, sopravisse a queste irriducibili tentazioni di gola, perpetuando nei secoli e millenni futuri i suoi decaloghi dettati dalla salutare aspirazione alla moderazione alimentare.
Nonostante tutto, per paradossale e contraddittorio che possa sembrare, un tale convincimento si è sempre accompagnato ad una certa inclinazione alla convivialità che oggi, più di ieri, per una serie di condizioni favorevoli, di natura psicologica prima che economica, sembra sia esplosa un po’ ovunque, Puglia e Salento compresi. Complici forse il sole, il mare, la riscoperta ed il riscatto del buio da vivere come, o più intensamente, delle ore di luce, resta il fatto che ogni nostra contrada si è popolata fino all’inverosimile di ristoranti, pizzerie, pub e quant’altro, in fatto di ritrovi ha saputo e potuto fare l’estro italiota, allo scopo di soddisfare questo diffuso gusto per la convivialità . Una sorta di smania che ha preso un po’ tutti con effetti inimmaginabili nella stagione calda, quando la notte può diventare veramente una lunghissima appendice del giorno.
Per la verità, rifugiandosi in un posticino fuori casa, per ritemprare corpo e spirito piluccando e conversando, è un piacevole vezzo ereditato dalla ottocentesca società borghese, che abbiamo esteso e accresciuto al di là di ogni limite di rango, soprattutto negli ultimi trenta, quarant’anni.
E come darci torto? Vuoi mettere il desinar, seppur dolce, in casa propria, o anche la stessa frettolosa sosta in un ristorante, perché sorpresi all’ora di pranzo o a cena fuori dalle domestiche mura per ragioni di lavoro o d’altro, con la festosa e rumorosa vivacità di una tavolata, di una rimpatriata di amici? Non c’è proprio alcun paragone, soprattutto a livello di terapeutico straniamento!
Di sera, poi, fuori di casa ogni desco affollato di amici e bella gente diventa “il riposo del guerriero” (!), una pausa rituale con le sue canoniche liturgie capaci di esorcizzare o vanificare problemi di tensioni esistenziali con l’innesco e l’attivazione di meccanismi psicologici consci ed inconsci.
Ed il rito inizia proprio con la scelta del posto. C’è una sorta di borsino di gradimento (ma anche di costi!), determinato nel suo saliscendi dai passaparola, che di bocca in bocca scivolano discretamente tra la clientela contenta e soddisfatta già servita; e di questo, i futuri avventori si lasciano docilmente orientare e guidare.
Ci solo locali aperti nei centri storici, vecchie stalle, antichi frantoi ipogei, suggestive masserie riattate, che a tutti il resto uniscono il fascino del passato ed il piacere della tradizione.
E poi ci sono i cuochi, l’anima vera di tali ritrovi, il loro fiore all’occhiello. Sono essi infatti, l’asse portante, i maestri che con le loro magie culinarie sanno prenderti per la gola facendoti gustare piatti, che mai in casa potresti svuotare con buona pace della “Suor Germana” di turno, mamma, moglie o suocera che sia. Davanti alle loro prelibatezze cade ogni resistenza, si arrendono anche trigliceridi e colesterolo, perché una tale occasione va vissuta come una specie di “zona franca”, e la compagnia allegra e ridanciana acconsente anche a quella straordinaria “una tantum”, rinviando eventuali guai fisici all’indomani con il blocco momentaneo di ogni acciacco.
Insomma, davanti ai profumi, nostrani o esotici, di pietanze fumanti o fredde, è il caso di pronunciare il fatidico e terrificante “vae victis! (guai ai vinti) di gallica memoria. E non solo perché, rinunciando ad una leccornia, si fa un torto imperdonabile alla gola, ma soprattutto perché si tradisce una fede; si trasgredisce la legge che impone che un pranzo, una cena al ristorante con parenti e amici deve essere sempre una festa, e come tale va onorata. Ne va, questo è certo della salute mentale di ognuno.
Buon appetito, allora!